Le nuove “Dipendenze” come difendersi!
Il ventaglio delle nuove
dipendenze, si è piuttosto ampliato e diversificato negli ultimi 20 anni.
In alcuni casi questo allargamento è dovuto all’effettivo insorgere di fenomeni nuovi (per esempio la dipendenza da internet o dal cellulare), in altri è probabilmente anche il risultato di un modo diverso e più consapevole di guardare a comportamenti sociali non certo nuovi, come il gioco d’azzardo o la dipendenza affettiva, per citare solo degli esempi.
In alcuni casi questo allargamento è dovuto all’effettivo insorgere di fenomeni nuovi (per esempio la dipendenza da internet o dal cellulare), in altri è probabilmente anche il risultato di un modo diverso e più consapevole di guardare a comportamenti sociali non certo nuovi, come il gioco d’azzardo o la dipendenza affettiva, per citare solo degli esempi.
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dott.
Vincenzo D’Amato Counselor Hypnotherapist
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Nelle dipendenze comportamentali, l’individuo manifesta degli atteggiamenti orientati a soddisfare un bisogno essenzialmente di natura emotiva; il centro dell’attenzione è spostato su un piano prettamente psicologico.
Queste dipendenze nascono da bisogni indotti da una società altamente tecnologizzata, basata sempre più sull’affermazione di stili di vita di tipo narcisistico, promotori di modelli di relazione disfunzionali.
Rappresentano un insieme di condotte improntate a un vivere in superficie, che non consentono all’individuo di distinguere tra ciò che è reale e ciò che è ideale, facendo diventare la dipendenza come un esempio di patologia culturalmente determinata.
L’individuo avverte il desiderio di mantenere il legame con quel dato oggetto, di aumentarne l’intensità e la frequenza del contatto, instaurando una dipendenza psicologica e fisica con questo.
Queste nuove patologie possono manifestarsi mediante comportamenti e atteggiamenti ritenuti socialmente accettabili e adeguati per la persona.
L’individuo si può trovare inconsapevolmente prigioniero di un sistema che propone un’apparente realtà di benessere, ma che nasconde invece all’interno numerose problematiche.
Indubbiamente alcune dipendenze hanno una inevitabile connotazione generazionale maggiore di altre, come la dipendenza da lavoro o workaholism, altre sono trasversali alle diverse età della vita.
Benché in genere il maggiore allarme lo suscitino nella popolazione giovane, i fenomeni di dipendenza che sembrano in ascesa tra gli anziani meriterebbero probabilmente una attenzione maggiore di quanto non si faccia già.
Lo shopping compulsivo
La compulsività ossessiva
è un tratto che accomuna le nuove dipendenze e quindi è inevitabilmente
presente nel compulsive buying, o acquisto compulsivo, una forma
patologica caratterizzata dalla ricerca e all’acquisto eccessivo di beni,
indipendentemente dal fatto che questi siano superflui rispetto al proprio
bisogno o che abbiano un costo superiore alla propria disponibilità economica.
Le conseguenze negative
che il perseverare in un simile comportamento implica, quali il senso di colpa,
il deteriorarsi dei rapporti familiari, le oggettive difficoltà economiche
conseguenti allo sciupio di denaro, non sono sufficienti a riportare la persona
in una situazione di equilibrio e a farla riappropriare del piacere di
condividere il momento dell’acquisto con le persone del proprio ambiente.
Lo shopping patologico, infatti, è un’attività che viene svolta in solitudine, in ossequio alla ricerca di una soddisfazione che non è socializzante, ma esclusivamente privata e solipsistica.
La febbre d’acquisto sembra avere una connotazione di genere: le donne si dirigono prevalentemente verso tutto ciò che è riconducibile all’immagine e all’estetica (capi d’abbigliamento, scarpe, accessori, cosmetici); gli uomini invece si orientano maggiormente verso simboli di potere e prestigio (telefonini, computer portatili e attrezzi sportivi).
In ogni caso si tratta di oggetti attraverso i quali aumentare l’autostima e sperimentare una la buona percezione di sé, aspetti che nella maggior parte delle persone con dipendenza sono molto carenti.
Lo shopping patologico, infatti, è un’attività che viene svolta in solitudine, in ossequio alla ricerca di una soddisfazione che non è socializzante, ma esclusivamente privata e solipsistica.
La febbre d’acquisto sembra avere una connotazione di genere: le donne si dirigono prevalentemente verso tutto ciò che è riconducibile all’immagine e all’estetica (capi d’abbigliamento, scarpe, accessori, cosmetici); gli uomini invece si orientano maggiormente verso simboli di potere e prestigio (telefonini, computer portatili e attrezzi sportivi).
In ogni caso si tratta di oggetti attraverso i quali aumentare l’autostima e sperimentare una la buona percezione di sé, aspetti che nella maggior parte delle persone con dipendenza sono molto carenti.
Nel novero delle
dipendenze cosiddette nuove da alcuni anni un’attenzione particolarmente
preoccupata è riservata da più parti ai videogiochi, a internet e alla TV.
L’utilizzo di questi mezzi appassiona, fino all’abuso patologico, persone di ogni età, facendo perdere la prerogativa ludica che dovrebbe accompagnare invece l’utilizzo di un videogames, la navigazione in internet o la fruizione di programmi televisivi.
L’utilizzo di questi mezzi appassiona, fino all’abuso patologico, persone di ogni età, facendo perdere la prerogativa ludica che dovrebbe accompagnare invece l’utilizzo di un videogames, la navigazione in internet o la fruizione di programmi televisivi.
Le ragioni per cui una
persona, indipendentemente dalla sua età, si avvicina a questa particolare
forma di dipendenza sono sicuramente diverse, ma gli effetti che producono
sulla persona stessa e i circuiti disfunzionali che attivano e alimentano, a
livello individuale e sociale, hanno indubbiamente molti caratteri comuni.
Chi entra nella spirale del videogioco patologico, per esempio, sviluppa una completa apatia verso tutto ciò che lo circonda (lo studio e i rapporti amicali per un giovane; le attività lavorative o le reti amicali o gli interessi più radicati per un adulto/anziano); per contro, la persona entra in uno stato di iper eccitazione nel momento in cui riesce a soddisfare la necessità di giocare.
La persona colpita può arrivare a trascorrere molte ore davanti a un televisore o a un videogame da bar, senza rendersi conto del tempo che passa e mostrando chiari segni di insofferenza verso amici, familiari e chiunque altro provi a richiamarlo a un uso più costruttivo del mezzo scelto per evadere o, peggio ancora, cerchi di interrompere il circuito vizioso che si è innescato.
Chi entra nella spirale del videogioco patologico, per esempio, sviluppa una completa apatia verso tutto ciò che lo circonda (lo studio e i rapporti amicali per un giovane; le attività lavorative o le reti amicali o gli interessi più radicati per un adulto/anziano); per contro, la persona entra in uno stato di iper eccitazione nel momento in cui riesce a soddisfare la necessità di giocare.
La persona colpita può arrivare a trascorrere molte ore davanti a un televisore o a un videogame da bar, senza rendersi conto del tempo che passa e mostrando chiari segni di insofferenza verso amici, familiari e chiunque altro provi a richiamarlo a un uso più costruttivo del mezzo scelto per evadere o, peggio ancora, cerchi di interrompere il circuito vizioso che si è innescato.
Gioco d'azzardo e uso di droghe
Come si è accennato
nell’Introduzione a questo argomento vi è una comorbilità tra le diverse forme
di dipendenze, particolarmente evidente nell’associazione tra l’uso di droghe e
la pratica compulsiva del gioco d’azzardo, o gambling, un fenomeno in
preoccupante ascesa soprattutto tra gli adolescenti.
Analogamente a quanto avviene per le altre dipendenze, anche l’impulso irrefrenabile a giocare segue un’escalation progressiva; vive inoltre delle logiche di ragionamento che tipicamente il dipendente segue e persegue per alimentare l’autoinganno di potere governare il meccanismo patologico di cui è preda e di interromperlo quando vuole, sia quando il gioco lo sta facendo sentire un vincitore (sto vincendo, la fortuna è dalla mia, devo andare avanti') sia quando si riconosce perdente (anche questa volta è andata male, ma mi rifaccio, devo andare avanti).
Si tratta di un autoinganno che spesso trova alimento nel rifiuto a riconoscere l’esistenza del problema da parte dei familiari, che possono ingenuamente rifugiarsi nell’aspettava di una soluzione magica a un frangente che non sanno governare, del quale si vergognano e per il quale di conseguenza non chiedono aiuto.
Frequentemente di fronte alle situazioni difficili che si creano a seguito delle dipendenze c’è la tendenza a cercare le colpe, prima ancora che le cause, e a volere identificare in qualche modo dei profili di possibili, potenziali, vittime ideali.
In realtà non esiste un profilo di personalità specifico particolarmente predisposto alla dipendenza dal gioco; vi sono però certamente alcuni tratti molto vicini, quando non coincidenti, con quelli osservati in altri tipi di dipendenza: l’impulsività e la mancanza di autocontrollo, una bassa autostima, una certa tendenza narcisistica e a volte tratti antisociali.
Questi fattori, sommandosi a un sovraccarico di stress, a vissuti di solitudine o alla sensazione di essere soli, come anche a fattori situazionali, possono favorire l’insorgenza delle dipendenze e tra queste il gioco d’azzardo compulsivo. L’ultimo Rapporto nazionale del Dipartimento Politiche Antidroga mette in evidenza come la dimensione del gioco d’azzardo nel nostro Paese sia in ascesa costante.
Su una popolazione di circa 60 milioni di persone il 54% circa ha giocato d’azzardo negli ultimo 12 mesi.
La percentuale di coloro che possono essere definiti giocatori problematici, poiché hanno investito somme di denaro consistenti e pur non avendo ancora sviluppato una vera e propria dipendenza patologica sono a forte rischio di evolvere verso una patologia incontrollabile, registra in generale percentuali piuttosto significative.
(Cfr. http://www.ilsole24ore.com).
Analogamente a quanto avviene per le altre dipendenze, anche l’impulso irrefrenabile a giocare segue un’escalation progressiva; vive inoltre delle logiche di ragionamento che tipicamente il dipendente segue e persegue per alimentare l’autoinganno di potere governare il meccanismo patologico di cui è preda e di interromperlo quando vuole, sia quando il gioco lo sta facendo sentire un vincitore (sto vincendo, la fortuna è dalla mia, devo andare avanti') sia quando si riconosce perdente (anche questa volta è andata male, ma mi rifaccio, devo andare avanti).
Si tratta di un autoinganno che spesso trova alimento nel rifiuto a riconoscere l’esistenza del problema da parte dei familiari, che possono ingenuamente rifugiarsi nell’aspettava di una soluzione magica a un frangente che non sanno governare, del quale si vergognano e per il quale di conseguenza non chiedono aiuto.
Frequentemente di fronte alle situazioni difficili che si creano a seguito delle dipendenze c’è la tendenza a cercare le colpe, prima ancora che le cause, e a volere identificare in qualche modo dei profili di possibili, potenziali, vittime ideali.
In realtà non esiste un profilo di personalità specifico particolarmente predisposto alla dipendenza dal gioco; vi sono però certamente alcuni tratti molto vicini, quando non coincidenti, con quelli osservati in altri tipi di dipendenza: l’impulsività e la mancanza di autocontrollo, una bassa autostima, una certa tendenza narcisistica e a volte tratti antisociali.
Questi fattori, sommandosi a un sovraccarico di stress, a vissuti di solitudine o alla sensazione di essere soli, come anche a fattori situazionali, possono favorire l’insorgenza delle dipendenze e tra queste il gioco d’azzardo compulsivo. L’ultimo Rapporto nazionale del Dipartimento Politiche Antidroga mette in evidenza come la dimensione del gioco d’azzardo nel nostro Paese sia in ascesa costante.
Su una popolazione di circa 60 milioni di persone il 54% circa ha giocato d’azzardo negli ultimo 12 mesi.
La percentuale di coloro che possono essere definiti giocatori problematici, poiché hanno investito somme di denaro consistenti e pur non avendo ancora sviluppato una vera e propria dipendenza patologica sono a forte rischio di evolvere verso una patologia incontrollabile, registra in generale percentuali piuttosto significative.
(Cfr. http://www.ilsole24ore.com).
In particolare nella
popolazione giovanile il gioco d’azzardo è stato praticato da poco meno della
metà del campione di studenti di età compresa tra 15 e 19 anni su cui è stata
condotta al rilevazione.
Oltre il 40% degli
adolescenti con comportamenti di gioco patologico fanno anche uso di sostanze
stupefacenti; questa percentuale diminuisce sensibilmente tra gli adolescenti
che giocano saltuariamente.
In pratica, quindi, i dati mettono in luce come alla problematicità del comportamento di gioco corrisponda un aumento nell’uso di sostanze. Si delinea pertanto l’urgenza sociale di intervenire tempestivamente per favorire nelle persone, in particolare nei più giovani, lo sviluppo di stili di vita sani, per i quali è particolarmente importante la costruzione di reti sociali di supporto.
In pratica, quindi, i dati mettono in luce come alla problematicità del comportamento di gioco corrisponda un aumento nell’uso di sostanze. Si delinea pertanto l’urgenza sociale di intervenire tempestivamente per favorire nelle persone, in particolare nei più giovani, lo sviluppo di stili di vita sani, per i quali è particolarmente importante la costruzione di reti sociali di supporto.
Gli interventi possibili per contrastare
la dipendenza: la peer education
Come si è visto nei
paragrafi precedenti molti comportamenti problematici che sembrano caratterizzare
il nostro tempo e che coinvolgono soprattutto il mondo giovanile, rischiano di
non essere identificati con sufficiente tempestività come dipendenze, in quanto
riguardano il consumo di prodotti che nulla hanno di trasgressivo o di
illegale, ma appartengono invece agli stili di vita contemporanei.
Investono infatti il modo di trascorrere il tempo libero o alcune abitudini tradizionali come il gioco d’azzardo, il fare acquisti, la navigazioni in internet e le relazioni interpersonali attraverso i canali e gli strumenti della multimedialità.
Si tratta evidentemente di dipendenze nelle quali è assente l’assunzione di una sostanza, ma che possono trovare alimento proprio nella facilità di accesso ai prodotti e ai mezzi che le generano e le sostengono con un uso distorto e inconsapevole.
Investono infatti il modo di trascorrere il tempo libero o alcune abitudini tradizionali come il gioco d’azzardo, il fare acquisti, la navigazioni in internet e le relazioni interpersonali attraverso i canali e gli strumenti della multimedialità.
Si tratta evidentemente di dipendenze nelle quali è assente l’assunzione di una sostanza, ma che possono trovare alimento proprio nella facilità di accesso ai prodotti e ai mezzi che le generano e le sostengono con un uso distorto e inconsapevole.
Oltre alla facilità di
navigazione, e quindi di accesso a informazioni, documenti, contatti ecc., l’anonimato
del web (benché presunto più ancora che reale) può incentivare la compulsività
della ricerca e della fruizione, come anche la chiusura e l’isolamento entro
una community che in effetti non esiste.
Il fatto che in queste dipendenze vengano a mancare dei tratti caratterizzanti l’assunzione sistematica di sostanze, quali la separazione dal contesto, l’illegalità, la stigmatizzazione sociale e altre ancora, è indubbiamente un fattore nuovo, che interroga in modo importante tanto il legislatore quanto gli operatori del settore psicoeducativo e sociale su quali siano i modi e gli strumenti di intervento più opportuni per persone, prevalentemente giovani, ma non solo giovani, che in apparenza si presentano come “normali”.
Il fatto che in queste dipendenze vengano a mancare dei tratti caratterizzanti l’assunzione sistematica di sostanze, quali la separazione dal contesto, l’illegalità, la stigmatizzazione sociale e altre ancora, è indubbiamente un fattore nuovo, che interroga in modo importante tanto il legislatore quanto gli operatori del settore psicoeducativo e sociale su quali siano i modi e gli strumenti di intervento più opportuni per persone, prevalentemente giovani, ma non solo giovani, che in apparenza si presentano come “normali”.
Per guarire dalle nuove
dipendenze, che si caratterizzano per una trasversalità sociale, economica,
geografica, generazionale e di genere, vi è bisogno anzitutto che le persone
interessate dal fenomeno siano guidate ad assumere consapevolezza del disturbo
che le attanaglia condizionando negativamente e in modo diffuso la loro qualità
di vita.
Il semplice allontanamento dalla fonte della dipendenza è notoriamente una misura inutile, quando non addirittura controproducente.
La dipendenza, negli adulti così come nei giovanissimi, è una patologia a tutti gli effetti e deve essere affrontata facendosi aiutare da personale specializzato all’interno di setting di intervento idonei.
Il semplice allontanamento dalla fonte della dipendenza è notoriamente una misura inutile, quando non addirittura controproducente.
La dipendenza, negli adulti così come nei giovanissimi, è una patologia a tutti gli effetti e deve essere affrontata facendosi aiutare da personale specializzato all’interno di setting di intervento idonei.
In particolare, nel
lavoro con i giovani per i quali oltre alla comorbilità tra consumo droghe e
gioco d’azzardo si ha anche il problema del policonsumo, ovvero dell’assunzione
contemporanea o alternata di droghe diverse uno dei metodi che ha mostrato un
più alto indice di efficacia è la peer education, o educazione tra pari.
Questo metodo utilizza come risorse le dinamiche tipiche che si sviluppano all’interno di un gruppo per favorire la condivisione delle esperienze pregresse dei quali i componenti il gruppo stesso sono portatori.
È infatti una metodologia attiva, che presuppone l’intervento diretto dei partecipanti e favorisce una visione sistemica del contesto gruppale, entro il quale ciascuno è chiamato a esprimersi sull’esperienza svolta e a scegliere comportamenti alternativi a quelli di dipendenza come autotutela della propria salute.
In altre parole il percorso di peer tutoring ha l’obiettivo di ridurre progressivamente i problemi, sia attraverso la scoperta e la valorizzazione delle risorse individuali e di gruppo sia mediante la ristrutturazione di quelle relazioni interpersonali che la dipendenza ha gravemente minato .
La cerchia intima che si crea all’interno del gruppo diventa funzionale alla scoperta di soluzioni ai problemi, dal momento che sono presenti oltre ai pari, figure di supporto con specifici ruoli professionali (insegnanti, pedagogisti, psicologi, educatori, operatori di servizi); questo perché la dipendenza non è circoscritta a un solo ambito della vita della persona, ma si riverbera e ne condiziona il funzionamento globale, come già detto in precedenza.
Questo metodo utilizza come risorse le dinamiche tipiche che si sviluppano all’interno di un gruppo per favorire la condivisione delle esperienze pregresse dei quali i componenti il gruppo stesso sono portatori.
È infatti una metodologia attiva, che presuppone l’intervento diretto dei partecipanti e favorisce una visione sistemica del contesto gruppale, entro il quale ciascuno è chiamato a esprimersi sull’esperienza svolta e a scegliere comportamenti alternativi a quelli di dipendenza come autotutela della propria salute.
In altre parole il percorso di peer tutoring ha l’obiettivo di ridurre progressivamente i problemi, sia attraverso la scoperta e la valorizzazione delle risorse individuali e di gruppo sia mediante la ristrutturazione di quelle relazioni interpersonali che la dipendenza ha gravemente minato .
La cerchia intima che si crea all’interno del gruppo diventa funzionale alla scoperta di soluzioni ai problemi, dal momento che sono presenti oltre ai pari, figure di supporto con specifici ruoli professionali (insegnanti, pedagogisti, psicologi, educatori, operatori di servizi); questo perché la dipendenza non è circoscritta a un solo ambito della vita della persona, ma si riverbera e ne condiziona il funzionamento globale, come già detto in precedenza.
In sintesi, si può dire che il gruppo diviene agente di
prevenzione e cura della dipendenza nel momento in cui è in grado di promuovere
nei suoi componenti tanto strategie di coping direttamente funzionali al
fronteggiamento del disagio, quanto life skills capaci di agire come
fattori propulsivi di tutte condotte individuali e collettive finalizzate a
sviluppare il benessere proprio e altrui .
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